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ROBA DA COVID

Pubblicato su da Distretto.1ee.santacristina.Paolo Cenci

ROBA DA COVID

Il 2020 contrassegnato dall’epidemia di Covid ha condizionato negativamente non solo la vita sociale, il lavoro e l’economia ma anche la nostra attività venatoria. Non aver potuto fare i censimenti ci ha privato non solo di quattro magnifiche giornate da passare insieme ma soprattutto di quell’elemento di verifica che è il fondamento della gestione. Senza i dati dei censimenti le assegnazioni sono state attribuite nelle quantità dell’anno precedente, con la differenza che, per i distretti come il nostro, che avevano fatto un piano di abbattimento attorno al 60% sono stati assegnati il 10% di capi in meno.

Come se non bastasse la Regione e le Associazioni Venatorie si sono dilettate argomentando a lungo su preaperture a tortore o quaglie e sulle varianti relative alla caccia al cinghiale. Hanno perso tempo senza riflettere che a metà giugno doveva iniziare la Caccia di Selezione al Capriolo. L’approvazione del Calendario Venatorio è slittata e con essa anche la nostra apertura. Ci hanno fatto iniziare l’8 luglio facendoci perdere un mese che è il migliore di tutto il periodo estivo.

Questo è un evidente segnale di quanto la nostra categoria non sia apprezzata nè rispettata.

Noi che siamo l’esempio della corretta gestione e dovremmo essere imitati dalle altre forme di caccia non solo non siamo né considerati e rispettati ma molte volte veniamo visti come un problema in più.

La conferma della considerazione che hanno di noi le Istituzioni è riscontrabile in quanto è avvenuto a  luglio, quando la Regione ha deciso che si doveva trasformare la Z.R.C. di Montelabate in A.F.V. Sapevo che era stata fatta da tempo una richiesta in tal senso ma non mi sarei mai aspettato che nel pieno dell’attività venatoria, senza alcun preavviso venissero sottratti al Distretto ettari di territorio con una sottozona, tra l’altro attrezzata con una piccola altana, già assegnata a un cacciatore.

Né una Mail nemmeno un SMS, l’ho saputo per caso. Ho chiamato incredulo l’ATC e mi hanno confermato.

Per allestire un distretto ci vuole tanto lavoro. Trovare i migliori punti di censimento, i punti sparo, i posti auto. Poi schede resoconti relazioni e organizzare questo e quello. Ti chiamano dalla Regione che devi rifare tutto con Google Earth. Una settimana per capire come funziona, poi la sera, le ore dopo cena per rimpostare tutto. Poi c’è da fare il Gestionale, non solo per te ma devi farlo fare a tutto il Distretto e tutti a fare lo Spid.

Nel Gestionale devi compilare la scheda, inserire le foto, nei tempi giusti e poi le foto delle mandibole per tutti i versi ma devi ancora comunque fare il cartaceo per l’ATC.

Gli obblighi li abbiamo tutti, ma solo noi. Se ti fanno perdere un mese di caccia tutto va bene, non frega niente a nessuno. Ti tolgono le zone assegnate a gestione iniziata e neanche ti avvertono.

Bene. Andiamo avanti così.

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CENSIMENTI 2018 CON GLI AMICI DI CACCIA & PESCA PASSION

Pubblicato su da Distretto.1ee.santacristina.Paolo Cenci

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LE MERAVIGLIE DELLA GESTIONE

Pubblicato su da Distretto.1ee.santacristina.Paolo Cenci

Cacciando il capriolo.

La cosa che più mi piace della gestione del capriolo, è l’approccio naturalistico con il quale si svolge questa attività venatoria.

Immersi nella natura, senza essere visti si ha la possibilità di osservare gli animali  che tranquilli e indisturbati  interagiscono tra loro o con le altre specie.

A differenza della braccata dove  il selvatico  impaurito è elusivo e cerca di sottrarsi alla vista del cacciatore, nella caccia di selezione ci si intrattiene nell’osservare gli animali nella loro naturalezza.

In tutti questi anni ho fissato nei miei ricordi infiniti episodi che di volta in volta mi tornano in mente.

(Dal cinghiale che al mattino si affretta a rientrare nel folto, al capriolo che corteggia la femmina o lotta con il rivali per il territorio. La femmina di capriolo che allontana una volpe sfacciata. La lepre che al mattino si trattiene ai primi raggi del sole dove la medica è rada. I rari avvistamenti del lupo. Gli scoiattoli che volteggiano sopra la testa sui rami sottili. Lo scricciolo o il pettirosso che si posano vicinissimi e a volte entrano nell’appostamento .

 Questi e tanti altri episodi che ho vissuto grazie alla caccia di selezione che mi fa stare nel mio osservatorio privilegiato già prima dell’alba.

Nel frequentare una zona, si nota che in alcuni animali cala la diffidenza e allora cominci a pensare di essere stato accettato e di far parte del loro mondo. Questa sensazione l’ho vissuta soprattutto quando ho fatto amicizia con una volpe.

Non ho fatto nulla per guadagnare la sua fiducia, non ho neanche offerto cibo. E’ stata lei a trovarmi, forse per caso quando è passata dietro di me.  Mi sono voltato lentamente e sono  rimasto immobile. Ci guardavamo, si è trattenuta qualche istante e poi se né andata. I giorni successivi è tornata ancora sempre meno diffidente, trattenendosi tre o quattro metri dietro di me mentre aspettavo il capriolo. Un giorno mi è venuta talmente vicino  da provare a rubarmi il fodero della carabina.

Questo episodio che fortunatamente sono riuscito a filmare mi ha gratificato molto più dei vari abbattimenti fatti in tutti questi anni di caccia.

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L'ALPENSTOCK

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L'ALPENSTOCKL'ALPENSTOCK

Alpenstock (dal tedesco bastone alpino), detto anche Bergerstock è uno strumento indispensabile nella caccia di selezione. Oltre che un valido appoggio nel tiro di precisione per chi pratica la caccia in forma vagante è anche un utile e stabile appoggio per le ottiche durante l’osservazione. La sua funzione fondamentale è soprattutto comunque quella di aiutare e sostenere durante il cammino, specialmente nei percorsi accidentati e scivolosi.

La sua lunghezza deve essere all’incirca pari alla nostra altezza e può essere costruito utilizzando diverse essenze. Nocciolo, Sambuco o il Bambù. Se si hanno a disposizione Alpenstock preparati nelle tre soluzioni, prendendoli in mano e confrontandoli, ci si accorge subito che il Nocciolo è senza dubbio il migliore.

Per la preparazione si scelgono dei legni abbastanza diritti e della giusta dimensione.

Nocciolo, Sambuco, Bambù

Nocciolo, Sambuco, Bambù

All’ultima luna nuova di novembre (cielo buio) si tagliano. Se i legni non sono sufficientemente diritti bisogna legarli ad un’asta dritta, avendo cura che i legacci non incidano il legno. Si lasciano così asciugare fino a primavera in un luogo asciutto e ventilato.

L’Alpenstck secondo me non va scortecciato. Mi piace lasciarlo con il suo aspetto ruvido soprattutto nella parte superiore dove si afferra con la mano. Chi preferisce scortecciarlo dovrà passare un trattamento per proteggere e scurire il legno. Generalmente all’Alpenstock si applica un puntale di ferro , facilmente reperibile in commercio oppure un tappo di gomma indispensabile soprattutto per il Bambù, che ha il difetto di risultare un po’ rumoroso sui terreni sassosi.

Il Bambù, leggero e resistente, un volta asciutto e preparato si può passare sopra la fiamma di un fornello. Avvitando e spostando di continuo affinché non bruci, si ottiene un aspetto brunito e lucido che oltre ad essere molto gradevole dal punto di vista estetico è anche utile perché altrimenti risulterebbe troppo chiaro e quindi evidente durante il cammino.

L'ALPENSTOCK

L’alpenstock può essere inoltre personalizzato con delle incisioni

L'ALPENSTOCK

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GARA SOCIALE URCA, 2016

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GARA SOCIALE URCA, 2016

Buona affluenza anche quest’anno, al 4°Memorial Mauro Binucci e Lucio Bracalente, svoltosi il 5 giugno presso il Poligono la Folce di Magione. Più che una gara di tiro è considerato dagli appassionati un’occasione per rivedersi e confrontarsi senza agonismo, con amicizia e con spirito associativo.

Nella classe libera, 5 colpi a trecento metri su barilotti, si è distinto Fabio Ulivucci, mentre nella categoria cacciatori, 7 colpi a 200 metri al meglio di 5 su sagoma di capriolo, è risultato primo Luca Cappelletti, del distretto 2N.

Nella categoria basculanti si è aggiudicato il primo posto Domenico Buso, dell’1 N, che ha fatto il miglior risultato anche tra gli arceri.

GARA SOCIALE URCA, 2016

Nella classifica dei distretti quest’anno il Distretto 1EE Santa Cristina si è dovuto accontentare della terza posizione. Da segnalare comunque l’ottima prova di Roberto Piselli, per gli amici “IL FABBRO” e soprattutto di Alfio Binario, che èrisultato quarto nella classifica cacciatori e secondo nella categoria basculanti.

GARA SOCIALE URCA, 2016GARA SOCIALE URCA, 2016

Numerosi i premi a estrazione offerti dalle armerie, tra questi la sega taglia trofei vinta dall’amico Lorenzo Merciai.

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"RIFLESSIONI SULLA GESTIONE DEI CERVIDI IN UMBRIA" 30 aprile 2016 organizzato da URCA.

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foto di Alfio Binario.

foto di Alfio Binario.

Interessantissimo convegno organizzato da Urca Umbria sabato 30 aprile alla Rocca di Casalina PG. E' intervenuta la dott. Maria Luisa Zanni, responsabile della pianificazione faunistica della Regione Emilia Romagna. Ha parlato della straordinaria realtà gestionale della sua regione soffermandosi su tutti i vari aspetti. Dalle azioni di monitoraggio al prelievo. Dai danni all'agricoltura alla filiera alimentare introdotta con la commercializzazione delle carni di selvaggina nobile. Interessantissimo anche l'intervento del dott. Silvano Toso, ex Direttore di Infs-Ispra che ha trattato con la ormai assodata competenza i molteplici aspetti della gestione. La sua relazione era resa ancor più interessante dalla proiezione di bellissime foto di ungulati.

Grandi assenti i presidenti dei due maggiori ATC della Regione.

foto di Alfio Binario.

foto di Alfio Binario.

"RIFLESSIONI SULLA GESTIONE DEI CERVIDI IN UMBRIA" 30 aprile 2016 organizzato da URCA.
foto di Alfio Binario.

foto di Alfio Binario.

Parlando di gestione mi sono ricordato quando nel 2007 l’urca allestì uno stand alla fiera della caccia di Salisburgo. Come Urca Umbria, orgogliosi del lavoro svolto, si volle portare i dati di quei primi sei anni di gestione. Realizzai uno stendardo con un paesaggio autunnale e tra caprioli daini e cervi dipinsi in basso al centro una tabella su cui riportai i dati. Dal 2000 con il distretto sperimentale di Scalocchio di circa 2000 ettari e 26 capi assegnati si era passati nel 2006 a più di 59000 ha gestiti e un piano di abbattimento di 524 caprioli. Se si confrontano i dati del 2006 con quelli attuali si capisce che l’evoluzione è stata esponenziale. Il capriolo ha colonizzato quasi tutto il territorio e quasi tutte le zone vocate sono coperte da distretti in cui operano centinaia di cacciatori con piani d’abbattimento importanti. Dal punto di vista dei numeri tutto è andato a gonfie vele. Ma la gestione non è solo questione di numeri . Non è solo un grafico da riportare su un pezzo di carta. La gestione è anche prelievo. Il prelievo è caccia e io dico che non ci può e non ci deve essere caccia di selezione senza il rispetto delle regole e dell’etica venatoria.

Ovviamente non va fatto di ogni erba un fascio, ci sono molti cacciatori corretti e distretti che rispettano il regolamento ma è altrettanto vero che il degrado che c’è ed è sotto gli occhi di tutti.

Io ho frequentato il primo corso del 2000. Si era cominciato bene. Mi ricordo alla prova scritta uno di noi provò ad usare il telefonino, forse per chiedere a qualche amico risposte che non sapeva. Il presidente della commissione lo aggredì segnando il suo nome e cognome dicendo che avrebbe preso provvedimenti. Pensai, “qui si fa sul serio”. Qualche corso più avanti iniziarono le associazioni venatorie a passare le risposte il giorno prima dell’esame. Poi tolsero l’obbligo di frequenza. Furono fatti gli esami senza la minima volontà di selezionare chi non era stato nemmeno presente da chi si era impegnato e aveva appreso, corsi fatti tanto per far entrare tutti. Forse pensavano che facendo entrare tutti, una volta nei distretti smettessero di sparare ai caprioli. Il risultato però è stato quello di distruggere l’immagine del cacciatore di selezione. Dalle mie parti ci chiamano bracconieri autorizzati. Per me è una grave offesa, ma a volte è difficile controbattere perche in molti casi hanno ragione.

Oltre a chi ha organizzato i corsi, un po’ di responsabilità è dell’ATC che dopo aver redatto un ottimo regolamento non si è mai imposto salvo casi estremi ed eclatanti che il suo regolamento fosse fino in fondo rispettato. Tutti sapevano tutto di tutti ma non si è fatto niente. Capo distretto nominati perché era l’amico dell’amico, senza alcun corso formativo. Cacciatori di sicuro in gamba, capaci di riconoscere ogni segno di presenza e di intercettare il selvatico in qualsiasi momento ma in troppi casi senza alcun rispetto delle regole e dell’etica venatoria. Quattro o cinque pagine di regolamento date in mano a una persona non ne cambiano il comportamento.

Altra colpa è un po’ dei nostri tecnici, quando hanno messo in testa ai capo distretto che il piano d’abbattimento doveva essere completato. Non aspettavano altro, se l’obiettivo è quello il fine giustifica i mezzi. Non si trova l’M1, se ti capita tira tu e poi mi chiami. Ho sbagliato il capo, lo scambio con il tuo tanto è nel piano, o al limite scambiamo poi la mandibola. Il capo assegnato non è nella mia zona, faccio un giro se lo trovo, poi se sparo dalla macchina che importa tanto è nel distretto, fa parte del piano. Per non parlare poi di quelli che i giretti li fanno nel distretto degli altri. C’e poi qualche capo distretto che se qualcuno ha problemi e non caccia o non riesce, ci pensa lui a fargli l’ abbattimento. Quando c’era il famoso bonus di cinque punti per il piano completato è successo che persone che non erano neanche state a caccia, a volte passavano avanti con i punti a chi si era impegnato tutto l’inverno senza successo.

Io dico che se la caccia di selezione è questa tanto vale smettere e le fascette vengano date a turno a chiunque ha la licenza, almeno non ci si prende in giro.

Il problema è che non ci sono i controlli? Io dico che il referente deve essere il responsabile di quello che avviene nel distretto e deve controllare. Di tempo ne abbiamo tutti poco ma una mezzora ogni tanto si deve trovare.

Un po’ di colpa è anche dell’Urca. Di ogni socio in primo luogo, perché tesserarsi con l’Urca non deve servire solo per avere lo sconto al poligono, ma deve significare una scelta una presa di posizione riguardo a certi fenomeni che andrebbero perlomeno segnalati. La colpa è un po’ più grave di chi dentro l’associazione ha avuto cariche o ruoli importanti e nei propri distretti non ha mai preso, soprattutto all’inizio, una posizione ferma e coerente. Forse dispiace perdere amici o consensi.

Ci sono comunque segnali positivi. Ho molto apprezzato la riorganizzazione dei punti di censimento da parte dell’Atc, indice che c’è la volontà di ricominciare e fare le cose seriamente. Azione necessaria non tanto per i nuovi distretti ma per quelli aperti da ormai parecchi anni. Ho anche sentito però che adesso l’ATC ha intenzione di prendere un'altra iniziativa. Vogliono snellire il regolamento.” Io non sono d’accordo. Si possono fare anche dei piccoli aggiustamenti ma il regolamento va bene così com’è. L’impostazione della caccia di selezione è e deve restare questa . Snellirlo significherebbe dar ragione a chi facendo i propri comodi se lo è già snellito da solo.

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CONSIDERAZIONI ETICHE SULLA CACCIA DI SELEZIONE

Pubblicato su da Distretto.1ee.santacristina.Paolo Cenci

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Il presupposto che è alla base della caccia di selezione è il rispetto dell’etica venatoria.    L’etica è sinonimo di morale e designa quelle azioni o comportamenti  ritenuti moralmente giusti contrapposti a quelli negativi e sbagliati. Etica è il rispetto prima tutto delle regole, anche di quelle che ci possono sembrare inutili o sbagliate, é anche rispetto degli altri cacciatori e in particolare degli animali. Il concetto di caccia di selezione, subordinata alla gestione conservativa delle specie, che proviene dall’area mitteleuropea, ha introdotto anche da noi, dei comportamenti  rituali che di questi principi sono  la diretta espressione. Il più diffuso tra questi è l’ultimo pasto.  Anticamente era usato per placare lo spirito del selvatico a cui era stata tolta la vita e per nutrirlo nel viaggio dell’aldilà. Dato che il cuore era considerato il luogo dove risiede lo spirito, l’animale veniva adagiato sul fianco destro affinché il cuore restasse  verso l’alto e lo spirito fosse facilitato nel suo viaggio. 

Dopo l’abbattimento,viene inserito nella bocca un rametto  di essenza nobile il Bruch. Un’altra parte dello stesso rametto appena bagnato con il sangue che esce  dalla ferita, viene posto sulla parte destra del cappello.  Se c’è  un accompagnatore è lui che porge al cacciatore il Bruch appoggiato sul cappello, con la mano sinistre mentre con la destra stringe quella del cacciatore e gli rivolge il tradizionale saluto Waidmannsheil.

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Questi rituali che ai profani sembrano banalità, sono espressione di cultura ed etica venatoria e rendono quei momenti un rito, una celebrazione, qualcosa di unico ed indimenticabile. Questa caccia non deve essere considerata come uno sport da praticare per il nostro divertimento ma è più giusto considerarla come un servizio a favore della collettività.  Come sentinelle del territorio siamo i responsabili tutori di un bene comune da tramandare alle future generazioni. La gestione va praticata con professionalità serietà e competenza. Indispensabile è l’utilizzo della strumentazione ottica, (binocolo e lungo) non solo per i censimenti ma anche per la caccia in modo che prima del tiro, ogni capo possa essere valutato con ponderata certezza.

Neanche il tiro in caccia di selezione, deve essere considerato come una pratica sportiva. Al poligono possiamo esercitarci testando le nostre capacità e le caratteristiche dell’arma anche per distanze superiori a quelle che il buon senso e l’etica ci impongono. Nella caccia di selezione il tiro deve avere un approccio professionale. L’abbattimento di un essere vivente non può essere banalizzato e un capriolo non può essere considerato alla stessa stregua di un cartello su cui fare le prove. Bisogna creare le condizioni affinché la morte che noi provochiamo sopraggiunga nel modo più rapido e indolore possibile. Il rispetto della spoglia è anche provvedere,soprattutto nei mesi estivi, ad una rapida eviscerazione, prima che i batteri si propaghino alla carcassa. Portare sulla nostra tavola carne di qualità è di sicuro la fine più degna per quell’animale a cui noi abbiamo tolto la vita.

WAIDMANNSHEIL

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L' ARTE E LA CACCIA

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  Logo s. Crist.

 

 

 

 

 

Fin dai primordi, l’uomo, per necessità e per indole cacciatore, ha avvertito la  necessità di rappresentare in forma grafica o pittorica gli avvenimenti o le situazioni che viveva cacciando. Gli esempi più antichi risalgono all’epoca preistorica, quando con dei graffiti eseguiti sulle pareti delle caverne, si rappresentavano in maniera semplice ma efficace le scene di caccia e con sorprendente realismo, gli animali cacciati.

Uno dei maggiori ritrovamenti artistici dell’età paleolitica, è la grotta di Lascaux in Francia. Sulle pareti ed in particolare sul soffitto, sono rappresentati centinaia di animali, dei buoi, cavalli, bisonti, stambecchi ecc. La tecnica è quella della pittura parietale preistorica, che consiste nello stendere il colore direttamente sulla roccia.

 

  

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Risalente a 17000 anni fa, questo sito è stato definito per la sua importanza  la “ Cappella Sistina della preistoria.

 

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Con il passare dei secoli e nelle diverse culture, l’uomo ha sempre avvertito l’esigenza di rappresentare la caccia sia nella pittura che nella scultura.

 

 

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Basti pensare alle rappresentazioni di Diana nella scultura greca, alle raffigurazioni a carattere venatorio nel periodo Romano e a quelle del periodo medioevale.  

 

 

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Nel rinascimento, quando la caccia era celebrata con festose parate dalle grandi famiglie, agli artisti venivano richieste molte opere a soggetto venatorio.

Persino in quadri a soggetto religioso, in alcuni casi sullo sfondo compaiono scene legate alla caccia.  

 

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Significativo è il fatto che altre attività, come la raccolta di frutta o cereali dalla vegetazione spontanea, fondamentali anch’essi per la sopravvivenza, non venissero in alcun modo raffigurate.

L’uomo preistorico, istintivo e selvaggio, raccontando la caccia si avvicina all’arte, non si sa se a scopo propiziatorio o di semplice rievocazione, ma è cosi che realizza il suo primo approccio culturale.

 L’arte ha raccontato la caccia fino ai giorni nostri, ed in questa consonanza, nell’area Mitteleuropea si è sviluppata una forma artistica che è diventata poi sinonimo della caccia e del tiro di precisione  

L’arte dello” SCHEIBE”.

La Scheibe bersaglio dipinto su legno, si affermò nel 15° secolo in seguito ad un ordinamento di Friedrich Landefurts che imponeva a tutti gli abitanti del Tirolo di addestrarsi all’uso delle armi per difendere la propria “heimat”  ( concetto generico di Patria), dalle frequenti incursioni straniere. Nel 1511 l’editto del Kaiser Massimiliano I°, rimarca la precedente ordinanza. Sono questi eventi a spingere alla creazione di spazi per l’esercitazione al tiro ( Schiebsande ). Ogni manifestazione civile o religiosa era sfruttata per organizzare una gara di tiro. Appannaggio del vincitore, oltre agli altri premi, era sempre lo scheibe conquistato. Quando ci si allontanava dal periodo bellico, in cui il tiro era solo esercitazione alla guerra, la scheibe diventava rappresentazione realistica di luoghi e animali. Gli animali erano rappresentati in modo naturale nella loro vitalità e non soggetti di tiro. La scheibe rappresentava simbolicamente l’evento celebrato. L’iscrizione in latino o in tedesco, a volte in italiano, decifrava il significato allegorico della scena dipinta, con il nome del beneficiario del luogo o il fatto di cronaca. Oggi, con il  propagarsi  nel resto della nostra penisola della caccia di selezione, si sta diffondendo parallelamente anche questa forma artistica.  

                          

                Scheibe Sceiben 

 

                Scheiben    

                 www.dipintinaturalistici.com

 

 

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L'abito, fa il monaco?

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Quando da ragazzo frequentavo l’Istituto d’Arte (erano gli anni del post sessantotto). In quei tempi,  a seconda di come ci si vestiva si veniva classificati per borghesi o proletari. Poi sono arrivati i metallari, i punk, i dark, i truzzi e ora anche gli emo.  Ognuno di queste categorie o gruppi ha un proprio modo di vestirsi e di atteggiarsi.  L’abbigliamento è quindi sinonimo di appartenenza. L’abito di sicuro non fa il monaco ma è anche vero che ogni ordine monastico ha il suo saio.

                                 Look a confronto.     img020 

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Noi come cacciatori di selezione, a quale modello possiamo rifarci?

Franco Perco, parlando dell’abbigliamento del cacciatore di selezione, sottolineava: non bisogna per forza vestirsi alla tedesca, l’abbigliamento può essere anche quello tradizionale, ma deve essere adeguato all’importanza dell’azione che si sta per compiere.

Io, fin dalla prima uscita in caccia di selezione, benché non avessi ancora elaborato questi concetti, non ho mai indossato gli abiti che potevano risultare un po’ logori perchè normalmente li usavo per la caccia vagante con il cane da ferma. Sapevo di fare qualcosa di diverso e più importante. Premesso che ogni persona deve sentirsi libero di vestirsi come gli va, è anche vero che come ci vestiamo a caccia, è la prima visione che la società si fa di noi. Quello che secondo me sarebbe da evitare è il mimetico di derivazione militare, i giubbotti tattici, i coltelli da Rambo. Così non sembriamo dei cacciatori ma dei guerriglieri. Una mattina di ormai diversi anni fa, incontrai in un appostamento temporaneo ai colombacci, un signore di un paese vicino, vestito con giubbotto tattico e  pantaloni mimetici, con un fucile a pompa nero con calcio ripiegabile, con una canna che credo non superasse i cinquanta centimetri, alla cintura un coltello lungo quasi quanto la canna del fucile.
Si dice che l'abito non fa il monaco. In questo caso quel tizio credo fosse un monaco del convento degli stupidi. In altre attività, vedi ad esempio ciclisti, calciatori, o in qualsiasi attività specialistica, tutti sanno cosa indossare. A caccia molto spesso questo non accade. Si indossano abiti dismessi logori o macchiati magari dalla vernice che abbiamo usato giorni prima. In questo modo sminuiamo l’azione che stiamo compiendo, non abbiamo la fierezza di essere cacciatori e  sembriamo spesso dei rubagalline.
I cacciatori mitteleurorei che hanno una cultura diversa e una diversa considerazione da parte della società, sanno come vestirsi. Consapevoli e fieri del loro status si vestono a volte da cacciatori anche nelle cerimonie civili.
Non dobbiamo copiarli, ma solo prenderli da esempio.

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RECUPERO DEGLI UNGULATI FERITI

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Ritratto di OTTO

L’attività del recupero è praticata da un gruppo di appassionati che svolgono in forma gratuita un servizio totalmente a favore dei cacciatori. E’ indubbia anche l’importanza dal punto di vista etico, dato che si va a recuperare animali  che andrebbero sicuramente perduti andando a morire nel bosco spesso dopo lunga agonia. IL motivo dei ferimenti è che molto spesso la Caccia di Selezione viene affrontata con grande superficialità. La taratura della carabina va controllata almeno ogni stagione.  Prima dello sparo è indispensabile un attimo di riflessione per memorizzare l’esatta posizione del selvatico. Basta cercare dei riferimenti , un sasso un ramo un ciuffo d’erba di un altro colore. Sembra stano ma nella maggior parte dei ferimenti è molto difficile trovare l’Anschuss (punto dove è stato ferito l’animale). In molti casi, vedendo il selvatico andar via non si va nemmeno a controllare.  Spesso  controllando  non si vede nulla e si pensa di averlo mancato  mentre a volte il sangue comincia a gocciolare anche dopo alcune decine di metri. Ogni tiro che sembra andato a vuoto andrebbe controllato  chiamando un recuperatore. La percentuale di ritrovamenti in questi casi è molto alta. Se si trovano reperti sull’Anschuss, sangue o pelo o ossa a volte si tenta il recupero da soli, girando in lungo e in largo, cancellando e alterando le tracce, compromettendo il lavoro del cane da traccia. All’Anschuss , che una volta trovato andrebbe coperto con delle fronde, segnando la direzione di fuga del selvatico, ci si deve avvicinare con molta attenzione, considerando che il proiettile attraversando i tessuti , spruzza al di là del selvatico molto materiale, magari non visibile ad occhio nudo che se calpestato viene trasportato e disperso compromettendo il lavoro del cane da traccia.

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I cani da traccia che per le loro doti specifiche sono ritenuti i più idonei per questa attività sono, l’Annoveriano il Bavarese e il Dasbrak. Questi ausiliari vengono preparati con costante impegno e devono superare insieme ai conduttori dure prove abilitanti. Il servizio per i soci Urca è gratuito e l’animale recuperato comunque sempre vostro.

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